Prevenire la violenza di genere richiede più di una semplice conoscenza delle leggi; serve una trasformazione profonda del nostro modo di stare insieme.
Tra novembre 2025 e aprile 2026, abbiamo partecipato al progetto F.E.V.E.R, coordinato dall’associazione Solidarité Jeunesse, sieħeb ta' IGNet netwerk e finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del Programma Erasmus+. E’ stato un percorso dedicato al contrasto e alla prevenzione della violenza di genere e alla consapevolezza sul fenomeno.
Questo progetto, articolato in due training, è stata un’occasione unica per incontrarsi e condividere conoscenze su questa tematica tramite il confronto delle realtà dei vari paesi di provenienza, approfondendo sia gli aspetti socio-culturali che quelli legali. Il percorso ha coinvolto tra gli altri alcuni membri del network internazionale IGNet coordinato da InformaGiovani Come Ambizja mis-Slovenja, Elix dalla Grecia e Aventure Marao Clube dal Portogallo, offrendoci un’ulteriore occasione per rafforzare il nostro partenariato e la condivisione di obiettivi comuni.
Il gruppo di partecipanti ha incluso diverse professionalità, tra cui youth workers con esperienza nel lavoro con i/le giovani, educatrici, sociologi e psicologhe, ma anche giovani attivisti/e. Tuttǝ riunitǝ da un forte interesse verso la prevenzione della violenza di genere ed il bisogno di valorizzare l’uso dell’educazione non formale come strumento politico e di attivismo per il contrasto del fenomeno, nella pratica quotidiana del lavoro con i giovani.

Durante i due training sono stati condivisi strumenti operativi e un gioco per affrontare tematiche quali gli stereotipi di genere, L- kunsens, L- privilegio u l- patrijarkat, il kultura tal-istupru e i fattori che la normalizzano come i media, nonché documenti utili per inquadrare il fenomeno dal punto di vista normativo nazionale ed europeo come la Convenzione di Istanbul ma anche altre fonti come la ricerca sulla violenza di genere condotta in 27 paesi europei dall’Eurostat, dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA) e dall’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE), che ci ricordano quanto ci sia ancora da fare: troppe donne subiscono violenza fisica, verbale o psicologica ogni giorno, in casa o sul lavoro.

Un pilastro fondamentale della formazione è stato l’approfondimento degli aspetti normativi. Molte partecipanti hanno sottolineato come l’attività sul Quadro Giuridico Europeo sia stata l’elemento più prezioso da portare a casa, poiché è fondamentale conoscere quali diritti possediamo per verificare come le leggi li tutelino.
In molti casi, l’esperienza ha scardinato convinzioni pregresse. Per una delle partecipanti, per esempio, “prima di questa settimana, non pensavo fosse utile conoscere i miei diritti perché pensavo di sapere cosa fosse ingiusto. Pensavo che, per denunciare, bastasse rivolgersi alla polizia e che loro fossero consapevoli dei miei diritti. Tuttavia, ho capito che spesso il sistema giudiziario non è così consapevole. Ho capito che ho bisogno di conoscere i miei diritti in prima persona per poter condividere queste informazioni con gli altri.”
Oltre alla conoscenza tecnica, il training ha restituito a chi vi ha partecipato una nuova “kaxxa tal-għodda” e una rinnovata forza interiore. Sono stati scoperti nuovi strumenti per creare spazi sicuri, discutere del kumdità individuale e affrontare il tema del kunsens all’interno delle relazioni. Sul piano personale, per molti, l’esperienza ha permesso di acquisire maggiore fiducia in sé stessi, un rinnovato vocabolario adeguato per combattere la violenza di genere e soprattutto scoprire qualcosa in più di sé:
“Ciò che ho imparato è che provo molta rabbia quando si parla di violenza, che riguardi me o gli altri. Ora voglio trasformare questa rabbia in un’azione concreta per promuovere la consapevolezza e la prevenzione.”
Il progetto ha influenzato direttamente anche l’approccio professionale dei partecipanti, spingendoli verso metodi di facilitazione più attivi e interattivi, basati sul gioco e sull’accessibilità, per superare lo stigma che spesso circonda il fenomeno. Questa ricaduta pratica è evidente nelle parole di una psicologa ucraina che lavora anche nelle scuole:
“il mio obiettivo era capire come costruire una cultura di comunicazione non violenta tra i bambini. Ogni nuovo strumento imparato veniva subito riadattato mentalmente per il mio contesto. Infatti, il giorno stesso del mio ritorno a scuola, ho iniziato a usare queste tecniche per la mediazione scolastica.”

Il percorso è stato efficace perché costruito combinando teoria ed educazione non formale. Questo approccio ha permesso di affrontare un tema complesso in modo accessibile, trasformando la teoria in strumenti pratici per il lavoro quotidiano.

Durante il secondo training abbiamo presentato i risultati dell’indagine “Prevenzione e gestione della violenza di genere all’interno delle organizzazioni giovanili e di coloro che lavorano nel settore giovanile” immexxija minn InformaGiovani con altre 7 organizzazioni del Network IG-Net che ha coinvolto più di seicento intervistati tra youth workers, volontari/e e partecipanti ad attività Erasmus+ i cui dati hanno confermato quanto il background socio-culturale incida profondamente sulla percezione della violenza, facendo emergere tre necessità urgenti: procedure di segnalazione più chiare, codici di condotta efficaci e una formazione specifica per staff e volontari.
Proprio sul fronte della formazione, i dati hanno riservato le sorprese più grandi:
"Mi ha stupito constatare come non vi sia una reale differenza tra chi lavora stabilmente nell’organizzazione e i volontari occasionali, "
ha commentato una delle partecipanti, sottolineando come ci si aspettasse una preparazione molto più solida da parte dello staff interno alle organizzazioni.
Questa conoscenza ridotta si traduce spesso in una scarsa consapevolezza degli strumenti esistenti. Il sondaggio ha rilevato che in molti non sono a conoscenza della presenza di una policy sulla violenza di genere all’interno della propria organizzazione, anche fra i partecipanti a F.E.V.E.R è emerso lo stesso feedback che evidenzia un problema di comunicazione interna: "Ho scoperto solo di recente che nella mia associazione esisteva un gruppo di lavoro sul genere, ma non ne ero a conoscenza".
In definitiva, affinché i codici di condotta non restino solo sulla carta, la richiesta che emerge con forza dalle interviste è una sola: istituzionalizzare la consapevolezza.
"Tutti i membri dello staff e i volontari operanti all’interno delle organizzazioni, dovrebbero poter accedere ad una formazione obbligatoria fin dal primo momento, affinché nessuno si senta impreparato davanti a un tema così cruciale.”
Poter presentare i risultati dell’indagine e commentare con chi è coinvolto giornalmente nelle attività con i giovani è stato ispirante e utile per presentare i prossimi passi e le nuove opportunità da poter condividere.

Durante gli ultimi giorni del training abbiamo avuto l’opportunità di intervistare le formatrici Solène Leclerc, Coordinatrice dei progetti per conto di Solidarites Jeunesse, Aneta Tomečkova sociologa e formatrice esperta in tematiche di genere e di educazione non formale e Marine Pansu formatrice e progettista didattica in studi di genere e diritto europeo.
Abbiamo chiesto loro di raccontarci le origini del progetto F.E.V.E.R e cosa ritengono importante per contrastare il fenomeno:
Come è nata l’idea del progetto F.E.V.E.R?
Solene: L’idea nasce dall’osservazione che la violenza di genere è radicata nelle società europee e non risparmia i progetti interculturali o i campi di volontariato. Poiché gli strumenti esistenti spesso mancano di una dimensione interculturale, il nostro obiettivo è costruire una comprensione comune di concetti come consenso e spazio sicuro, affinché il rispetto diventi un linguaggio universale per partecipanti provenienti da tutto il mondo.
Perché è importante formare gli operatori su queste tematiche?
Solene: il progetto F.E.V.E.R evidenzia come le attuali norme sociali e giuridiche non bastino a proteggere dalla violenza. Come educatori, abbiamo la responsabilità politica di offrire un’alternativa attraverso l’educazione non formale: permettendo ai giovani di sperimentare il dialogo in spazi sicuri, li aiutiamo a interiorizzare nuovi valori e a guardare il mondo da un’angolazione diversa. Decostruire le proprie certezze attraverso la relazione umana è l’unico modo per prevenire la violenza alla radice.
Qual è il valore dell’educazione non formale in questo ambito e cosa hai scoperto lavorando a questo training?
Anet: Questo percorso mi ha permesso di capire quanto sia fondamentale trovare punti d’incontro verso obiettivi comuni. Il potere dell’educazione non formale risiede nel permettere alle persone di sperimentare sulla propria pelle: i feedback ricevuti dimostrano che pochi giorni di formazione possono cambiare profondamente la prospettiva dei partecipanti. Stiamo costruendo la pace un passo alla volta, trasformando la complessità in crescita collettiva.
Un consiglio per gli Youth Workers che affrontano questo tema?
Marine P.: Primo: celebrate ogni singolo progresso; Il compito che abbiamo davanti è enorme e il rischio di scoraggiarsi è alto e per evitare il burnout è fondamentale festeggiare quando qualcuno trova il coraggio di correggere un comportamento sbagliato. Secondo: sviluppate un ascolto attivo e non giudicante, dando spazio ai bisogni dell’altro senza proporre soluzioni immediate. Infine, l’ultimo consiglio è imparare ad accettare e perdonare sé stessi per non poter risolvere tutto e sempre. Questo ci riporta all’importanza di celebrare ogni traguardo raggiunto. Dobbiamo essere consapevoli che aiutare gli altri può avere un effetto riparatorio anche sulle nostre ferite personali, ma questo deve restare un riflesso positivo del nostro impegno, non l’obiettivo primario. Il nostro scopo resta l’altro, e per farlo bene dobbiamo agire con umiltà e compassione verso noi stessi.
Perché sensibilizzare sulla cultura dello stupro?
Marine P.: Sensibilizzare è fondamentale per rompere il muro del silenzio e della vergogna imposto dalla cultura dello stupro, aiutando chi ha subìto violenza a riconoscere l’accaduto e a prendersi cura di sé. Poiché si tratta di un fenomeno pervasivo e spesso invisibile, è necessario il supporto di percorsi specifici che aiutino a dare un nome alle cose in un ambiente protetto. Solo guardando il problema in faccia e spezzando l’isolamento potremo costruire una società più sana, sicura e anche sexy basata sul consenso e sull’empatia.
Relativamente ai risultati del sondaggio “Prevenzione e gestione della violenza di genere all’interno delle organizzazioni giovanili e di coloro che lavorano nel settore giovanile” condotta dalla rete IGnet, abbiamo chiesto alle formatrici il loro punto di vista sui dati raccolti.
Cosa pensi in merito ai dati raccolti che rilevano la contingenza fra l’aspetto interculturale ed il verificarsi dei fenomeni di violenza di genere durante i progetti internazionali?
Anet: I dati confermano che la nostra cultura di appartenenza influenza drasticamente la percezione della realtà, i malintesi e le reazioni emotive. Non sorprende constatare quanto i punti di vista possano divergere profondamente in base alle nostre radici.
Marine P.: L’alto livello di partecipazione alla ricerca indica fiducia nell’organizzazione. Per evolvere, serve ora passare dai numeri alla qualità, garantendo riservatezza assoluta e spazi protetti per le segnalazioni. È vitale non agire in solitudine, ma tessere reti con professionisti esterni (psicologi e legali) per offrire un supporto esperto e multilingue.
Solene: Il background culturale influenza lo spazio personale; gesti percepiti come invadenti nascono spesso da abitudini diverse e non da intenzioni malevoli. La soluzione è la prevenzione: definire collettivamente le regole di convivenza all’inizio di ogni progetto permette di stabilire un terreno comune e disinnescare i conflitti sul nascere.
Questo progetto ci ha rassicurati sull’impegno già in corso da parte di associazioni e singoli sul contrasto e la prevenzione alla violenza di genere costruito ogni giorno nelle scuole e nei progetti internazionali. E’ indispensabile aggiornare il modo in cui le organizzazioni operano nel settore con linee guida e codici di condotta da condividere e mettere in pratica. Oltreché rafforzare l’impegno civico e la partecipazione indispensabile per forzare le istituzioni ad assicurare la tutela dei nostri diritti con l’adeguamento delle leggi nazionali alle direttive europee firmate con la Convenzione di Istanbul.
Torniamo a casa arricchite di conoscenza e competenze, con la certezza che il cambiamento nasce dal coraggio di confrontarsi e dalla capacità di ascoltare. Solo trasformando la nostra indignazione in azione concreta e le nostre differenze in un linguaggio comune di rispetto, potremo costruire spazi realmente sicuri dove ogni giovane, a prescindere dal proprio background, possa sentirsi protetto e accolto. Il viaggio verso una cultura del consenso è appena iniziato, e noi siamo pronti a percorrerlo un passo alla volta.
Risorse utili legate al tema:
- Ricerca sulla violenza di genere condotta dall’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti fondamentali (FRA) e dall’Istituto Europeo per l’uguaglianza di genere (EIGE)
- La Convenzione di Istanbul : ITA | ENG
- Gender Equality Strategy 2025-2030: ITA | ENG
- Indagine condotta dalla rete internazionale IGnet Network “prevention and management of gender-based violence within youth organizations and those working in the youth sector” : ITA | ENG