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6 Settembre 2026

Usare i 210 miliardi russi congelati in Europa non per comprare armi, ma come garanzia di un accordo di pace.

 

Esiste una via per fermare la guerra in Ucraina che non passi né per la resa di Kiev né per la prosecuzione indefinita del conflitto? La domanda suona ingenua soltanto perché abbiamo smesso di porcela e di porla.
Oggi però dalla società civile viene una proposta che rimette al centro quella domanda, contestando alla radice l’idea che solo proseguendo la guerra si possa fermare la guerra.
Non si tratta di negare all’Ucraina il diritto di difendersi, né di immaginare un’Europa inerme davanti all’aggressione: si tratta di rifiutare l’idea che la difesa si esaurisca nelle armi, e che l’unica cosa ancora in discussione sia quante produrne e comprarne.
Non è una questione ideologica, ma molto concreta: nelle banche europee ci sono oggi circa 210 miliardi di euro che appartengono alla Russia. Sono i risparmi che lo Stato russo teneva all’estero e che sono bloccati dall’inizio dell’invasione: Mosca non può più utilizzarli, ma restano formalmente suoi. Sul loro destino il dibattito europeo è ricco, ma a senso unico. Tutte le ipotesi in campo hanno lo stesso scopo: produrre e comprare  nuove armi da inviare in Ucraina.
La proposta sottoscritta in queste ore da giornalisti, intellettuali ed esponenti della società civile italiana, ucraina, russa e bielorussa si presenta come una “terza via fra la guerra e la resa”, proponendo di usare quei soldi nella direzione opposta: come garanzia di un’offerta di pace.
Nella pratica il meccanismo somiglia a una caparra: chi affitta una casa versa una somma, la riprende se rispetta i patti, la perde se fa danni. Lo stesso principio, applicato a uno Stato.
L’Unione europe presenterebbe alla Russia un’offerta di pace formale, concordata con Kiev e aperta ad altri Stati e alle organizzazioni internazionali. Da lì, sono possibili tre strade.

 

Se Mosca accetta, i soldi restano in un fondo separato, affidato a un garante terzo: non vengono confiscati, la Russia li riavrebbe indietro poco per volta, man mano che rispetta gli impegni.
Se accetta e poi viola l’accordo in modo grave e accertato, li perde.
Se rifiuta di trattare, sono destinati una volta per tutte alla ricostruzione dell’Ucraina e alla protezione della sua popolazione.
Il passaggio più delicato è che questa terza possibilità andrebbe annunciata subito, prima ancora di prima di sedersi ad un tavolo di trattativa, non decisa dopo come rappresaglia: deve far parte dell’offerta, altrimenti nessuno la prende sul serio. La pace smette così di essere un auspicio e diventa un vantaggio calcolabile in euro; in miliardi di euro.

 

L’obiezione che viene spesso è che comunque oggi la Russia la guerra la paga con le tasse, con il petrolio e il gas, con i debiti che emette in casa propria, non con i soldi congelati a Bruxelles. Questo è vero solo in parte.
Tornando all’esempio della casa, una cosa è lo stipendio con cui si pagano le spese di ogni mese, un’altra la casa di proprietà: non si vende la casa per fare la spesa quotidiana, ma si cerca di mantenerla come garanzia di sicurezza per il futuro. I 210 miliardi sono per lo Stato Russo esattamente questo: la riserva a cui fare riferimento in caso di emergenza. Una riserva enorme e che se viene persa non si ricostituisce in fretta.
Quei soldi non servono a mandare avanti la guerra di oggi, ma a garantirsi il domani.
Il cuore politico del documento sta però altrove, ed è la ragione per cui costituisce davvero la proposta di una strada alternativa a quelle oggi in circolazione.
Se la Russia rifiutasse, quei soldi non dovrebbero servire ad allargare la guerra. L’elenco di ciò che potrebbero finanziare è preciso e chiuso: protezione civile, sistemi di allarme, accoglienza di chi fugge, reti elettriche capaci di reggere agli attacchi, ospedali e pronto soccorso, ricostruzione, corpi civili di pace europei, ricerca sulla pace e sul disarmo. In altre parole: se la guerra continua, quelle risorse non devono servire ad allargarla, ma a rendere più difficile piegare la società ucraina ed europea. Nessuna delle ipotesi oggi sul tavolo prevede un vincolo simile.

 

E’ ovvio che dietro c’è una domanda di fondo all’Europa: che tipo di potenza vuole diventare. Una potenza basata unicamente sulle armi o una potenza che costruisce le condizioni culturali e strutturali per la pace.

 

A sostenerlo, poi, non sono soltanto europei. Tra i primi firmatari, accanto a giornalisti e docenti italiani come Gigi Riva, Gad Lerner, Lea Melandri, Tomaso Montanari e Marco Tarquinio, compaiono tre nomi che pesano più di molti argomenti: Yurii Sheliazenko del Movimento Pacifista Ucraino, il russo Artem Klyga, avvocato russo che aiuta i giovani che rifiutano di servire in guerra, la bielorussa Olga Karatch del movimento nonviolento bielorusso. È il segnale che una parte della società civile delle parti direttamente coinvolte nel conflitto, che non intende cedere nulla al Cremlino, cerca una via d’uscita da un conflitto al quinto anno senza altro esito in vista che il massacro.
Il documento indica infine una cosa da fare subito, e riguarda chi vive in Italia. È aperta la raccolta di firme per una legge proposta dai cittadini che istituirebbe presso la Presidenza del Consiglio un Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta: coordinerebbe i corpi civili di pace, un istituto di ricerca sulla pace e un fondo per la ricerca e la formazione sulla nonviolenza. Servono 50.000 firme entro il 15 settembre 2026; si firma online sul portale del Ministero della Giustizia. È una vicenda distinta dalla proposta europea, ma per chi vive in Italia è un’occasione in più per affermare che la sicurezza non coincide per intero con la difesa armata: un modo pratico di dare corpo al ripudio della guerra scritto nell’articolo 11 della Costituzione.
Nulla di tutto questo è un accordo pronto da firmare, e restano nodi legali e diplomatici enormi. Ma il valore di una proposta simile non sta nel poter essere applicata domani mattina: sta nel ricordare che una decisione politica resta una decisione anche quando ce la raccontano come inevitabile, e che i 210 miliardi bloccati a Bruxelles non hanno una destinazione scritta nel destino. Continuare a ripetere che l’unica risposta possibile è andare avanti così non è realismo. È rinunciare a fare politica, questo sì, sulla pelle di chi continua a morire.

 

Se vuoi sottoscrivere l’appello o vuoi maggiori informazioni, scrivi a [email protected]